lunedì 1 agosto 2016

Ghostbusters - la recensione

Si ricomincia da capo, e allora “chi chiamerai?” La risposta giusta potrebbe essere Paul Feig ma sicuramente non sarebbe l'unica.



Il pre-odiato “reboot al femminile” di Ghostbusters è arrivato finalmente nelle sale, ed è ora di tirare giù le (vere) somme sulla questione.

Niente è intoccabile, Hollywood ce lo ha insegnato nel corso degli ultimi vent'anni. Cult e capolavori della settima arte vengono spesso rimaneggiati nel corso del tempo, con risultati tanto pregevoli quanto disastrosi. Per quanto riguarda Ghostbusters è giusto escludere l'ultimo scenario appena citato. Feig ha fatto un buon lavoro. Certo, non eccellente o originale, ma comunque buono. Qualcun altro avrebbe potuto fare di meglio? Probabile, ma forse anche no. accontentiamoci di un divertente blockbuster estivo che riesce a strappare allo spettatore meno pretenzioso più di una risata lungo le due ore effettive della pellicola, merito anche (e soprattutto) del variopinto cast che la risata se la mangia letteralmente a colazione. Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Leslie Jones e Kate McKinnon formano una squadra omogenea e ben caratterizzata che non ha nulla da invidiare a quella “originale”. Un team accompagnato da un Chris Hemsworth mai così comico nei panni del superficiale segretario senza cervello.

Ciò che forse non funziona al 100% riguarda principalmente le scene action: Feig (purtroppo) non spinge mai l'acceleratore in questo contesto, penalizzando in qualche modo il ritmo di gran parte del lungometraggio, che già pone le basi su una struttura comedy abbastanza statica.

Non c'è più nulla da aggiungere. Il “nuovo” Ghostbusters è promosso con poche riserve. Intrattiene? Sì. Fa ridere? Sì. È visivamente accattivante? Sì. È totalmente riuscito? Chiaramente no. Ma niente è perfetto.

Mat

giovedì 28 luglio 2016

Venezia 73 - il programma

Presentato il programma ufficiale della 73esima Mostra Cinematografica del Cinema di Venezia (31 agosto - 10 settembre).

Un programma davvero molto ricco, con dei titoli tra i più attesi della stagione, come il film d'apertura La La Land, con Ryan Gosling e Emma Stone, poi The Light Between Oceans, con Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz, Nocturnal Animals, con Jake Gyllenhaal e Amy Adams, Jackie, con Natalie Portman nei panni di Jackie Kennedy, e Arrival di Denis Villeneuve, con Amy Adams, Jeremy Renner e Forest Whitaker. Presente anche il documentario di Terrence Malick, Voyage of Time.

Tre gli italiani in Concorso: Questi Giorni di Giuseppe Piccioni, Spira Mirabilis dei documentaristi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, e Piuma di Roan Johnson.

Titoli molto interessanti anche Fuori Concorso, dove spiccano il remake de I Magnifici 7 di Antoine Fuqua (film di chiusura del festival), con Denzel Washington e Chris Pratt, e Hacksaw Ridge, nuovo film da regista di Mel Gibson, con Andrew Garfield.
Ricordiamo poi l'evento speciale con la proiezione dei primi due episodi della serie di Paolo Sorrentino, The Young Pope, con Jude Law.

Ecco il programma.

Venezia 73: Concorso internazionale di lungometraggi in prima mondiale: 
The Bad Batch di Ana Lily Amirpour
La La Land di Damien Chazelle
The Light Between Oceans di Derek Cianfrance
El Ciudadano Ilustre di Mariano Cohn E Gastón Duprat
Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti
Ang Babaeng Humayo (The Woman Who Left) di Lav Diaz
La Región Salvaje di Amat Escalante
Nocturnal Animals di Tom Ford
Piuma di Roan Johnson
Rai (Paradise) di Andrei Konchalovsky
Brimstone di Martin Koolhoven
Na Mlijecnom Putu (On The Milky Road) di Emir Kusturica
Jackie di Pablo Larraín
Voyage Of Time di Terrence Malick
El Cristo Ciego di Christopher Murray
Frantz di François Ozon
Questi Giorni di Giuseppe Piccioni
Arrival di Denis Villeneuve
Les Beaux Jours d'Aranjuez di Wim Wenders

Fuori Concorso: Opere firmate da autori di importanza riconosciuta 
Our War di Bruno Chiaravalloti, Claudio Jampaglia e Benedetta Argentieri
I Called Him Morgan di Kasper Collin
One More Time With Feeling di Andrew Dominik
The Bleeder di Philippe Falardeau
The Magnificent Seven di Antoine Fuqua
Hacksaw Ridge di Mel Gibson
The Journey di Nick Hamm
À Jamais di Benoît Jacquot
Gantz:O di Yasushi Kawamura
Miljeong (The Age Of Shadows) di Jee Woon Kim
Austerlitz di Sergei Loznitsa
Assalto Al Cielo di Francesco Munzi
Monte di Amir Naderi
Tommaso di Kim Rossi Stuart
Safari di Ulrich Seidl
American Anarchist di Charlie Siskel
The Young Pope (Episodi 1 e 2) di Paolo Sorrentino
Planetarium di Rebecca Zlotowski

Orizzonti: Concorso internazionale dedicato a film rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive (sono elencati unicamente i lungometraggi):
Tarde Para La Ira di Raúl Arévalo
King Of The Belgians di Peter Brosens e Jessica Woodworth
Laavor Et Hakim (Through The Wall) di Rama Burshtein
Liberami di Federica Di Giacomo
Koca Dünya (Big Big World) Di Reha Erdem
Gukoroku di Kei Ishikawa
Maudite Poutine di Karl Lemieux
São Jorge di Marco Martins
Dawson City: Frozen Time di Bill Morrison
Réparer Les Vivants di Katell Quillévéré
White Sun di Deepak Rauniyar
Malaria di Parviz Shahbazi
Kékszakállú di Gastón Solnicki
Dark Night di Tim Sutton
Home di Fien Troch
Die Einsiedler di Ronny Trocker
Il Più Grande Sogno di Michele Vannucci
Boys In The Trees di Nicholas Verso
Ku Qian (Bitter Money) di Bing Wang

venerdì 22 luglio 2016

Star Trek Beyond - la recensione

Dopo tre anni nello Spazio Profondo, James Kirk sente tutta la stanchezza e la pesantezza che l'essere isolato da tutto comporta, non riesce a trovare un motivo per continuare nella sua carriera come Capitano di una nave stellare, anche perché il peso del sacrificio di suo padre si fa sentire sempre di più. Ma non c'è tempo per il dubbio, una missione di soccorso si trasforma presto in una trappola che potrebbe rivelarsi fatale per l’equipaggio dell’Enterprise e un pericolo per l’intera Federazione.

Justin Lin prende in mano il timone del terzo film Trekker in quella che è ormai denominata “Kelvin timeline” e lo fa nell'anno più difficile, quello del cinquantesimo anniversario della saga, e dopo un film, Into Darkness, che aveva ricevuto pesantissime critiche da parte del fandom storico. Svariate peripezie, una sfiducia malcelata nel progetto e parecchie riscritture dopo, Lin, ma soprattutto gli sceneggiatori Simon Pegg e Doug Jung, hanno vinto la scommessa?

Se Il Futuro ha inizio era, pur con i suoi difetti anche abbastanza vistosi (vedi la poca incisività del villain interpretato da Eric Bana) una buona base da cui partire, Into Darkness era sì un ottimo film di fantascienza e intrattenimento, ma quanto di più lontano si potesse immaginare da ciò che era stata la filosofia della creatura di Gene Roddenberry, non riuscendo ad armonizzare la questione etica con una buona riuscita della storia e dei personaggi. Star Trek Beyond ricomincia andando al cuore di quel che aveva fatto grande Star Trek: la frontiera, grande caposaldo del Western, non più limitata al pianeta Terra, ma posta ancora oltre, nei limiti potenzialmente infiniti dello spazio, a ciò che la ricerca di conoscenza porta all'uomo, di come gli uomini reagiscono a uno stimolo tanto atavico e ai rapporti di profondissima amicizia che una situazione tanto ai limiti crea e consolida.
Una storia semplice, senza inutili fronzoli e divagazioni, che entra subito nel vivo dell’azione, una scrittura lineare con alcune battute davvero efficaci che strizzano l’occhio ai vecchi fan senza però essere invasive, un ottimo villain interpretato dal sempre bravissimo Idris Elba, e finalmente l’amicizia che lega i membri dell’equipaggio dell’Enterprise come vero motore e fine dell’azione. Chris Pine appare a suo agio e decisamente in parte, meno sbruffone che nei precedenti film, più posato e profondo. Anche gli altri lo seguono a ruota: Zachary Quinto riesce a regalare uno Spock costantemente in bilico tra fragilità e logica senza mai strafare, lasciandosi alle spalle le inutili esagerazioni della lotta contro Khan, emoziona sinceramente nel sentito omaggio a Leonard Nimoy e diverte negli scambi tra lui e il come al solito perfetto McCoy di Karl Urban.

Si respira l’aria fresca e spensierata della serie classica, in cui nulla era più importante dell’amicizia e la sete di conoscenza spingeva l’umanità a migliorarsi costantemente, ma c’è anche tanta azione e in questo la regia di Justin Lin, pur se non sempre esente da qualche inquadratura obliqua di troppo, se la cava bene e regala alcune sequenze di grande impatto visivo, sia nello spazio che nello straordinario set della Base Stellare USS Yorktown.

Dove Into Darkness riusciva a essere un bel film di fantascienza ma un pessimo film di Star Trek, questo Beyond centra il punto riuscendo a essere un ottimo film di Star Trek, sicuramente non il migliore della saga, non all'altezza di capolavori come L’Ira di Khan o Rotta verso la Terra, ma la strada imboccata è sicuramente quella giusta e le potenzialità di questa realtà alternativa sono moltissime ed estremamente interessanti.

venerdì 15 luglio 2016

The Legend of Tarzan - la recensione

Tarzan non esiste più.
Ora si chiama John Clayton III, Lord Graystoke, e vive a Londra con sua moglie Jane, beve il tè alzando il mignolo e fa divertire i bambini. Un perfetto gentiluomo, insomma. Quando però il Re del Belgio lo invita in Congo, le pressioni dell'americano George Washington Williams, deciso a provare la colpevolezza del Belgio nella tratta degli schiavi, lo costringeranno a tornare nella sua vecchia casa e a fare i conti con un passato che aveva voluto a ogni costo dimenticare.

Con un particolare approccio capovolto, David Yates (già regista degli ultimi quattro film di Harry Potter) costruisce la storia di Tarzan non puntando sulla civilizzazione del selvaggio, ma in una riscoperta di sé, il ritorno al selvaggio Tarzan dell'uomo John, intrecciando anche una storia d'amore e di matrimonio e un discorso di tipo sociale legato alla schiavitù (dalle tribù indigene dell'Africa, agli indiani d'America).
Non tutto funziona alla perfezione, la morale anti-schiavista è interessante, ma eccessivamente didascalica, con gli indigeni sempre leali, buoni e coraggiosi e il cattivo (Christoph Waltz, ormai intrappolato in ruoli tutti simili tra loro) più cattivo che mai. Dove invece il film funziona benissimo è nella parte più romantica, sia nel rapporto tra Tarzan e Jane sia nella rappresentazione dell'Africa selvaggia, in cui la legge della giungla e della savana regna incontrastata. In questo il personaggio interpretato da Alexander Skarsgard dà il massimo, nelle interazioni con gli animali (visivamente splendidi), con la giungla e con Jane.
L'attore svedese ha certamente il physique du role e rende anche abbastanza bene il lato più profondamente selvaggio di Tarzan, parlando pochissimo ma muovendosi fluidamente in una natura incontrastata. Ottima la chimica sia con Margot Robbie che con Samuel L. Jackson, anche se nelle scene "civili", in particolare all'inizio, è a volte un po' ingessato, colpa anche di una sceneggiatura che non approfondisce molto la psicologia dei personaggi, lasciandoli come maschere di un certo archetipo.
A livello visivo il film dà il meglio di sé, in particolare la fotografia è molto suggestiva, con una patina da fotografia d'epoca molto affascinante, e la regia delle scene d'azione sempre molto chiara pur nella velocità dei movimenti.

The Legend of Tarzan è lontano dall'essere un film perfetto, i suoi difetti sono spesso molto evidenti, eppure riesce a essere emozionante e genuinamente romantico come un film d'altri tempi. Non ce lo aspettavamo, ma ne siamo stati molto felici.

lunedì 27 giugno 2016

American Ultra - la recensione

Mike (Eisenberg) vive in una piccola cittadina con la sua ragazza Phoebe (Stewart), la sua vita procede nella normalità, tra un lavoro piatto e senza particolari responsabilità, e un abbondante uso di droghe. Tutto tranquillo fino a che non viene "attivato", scoprendo così di essere un agente segreto, super letale e super addestrato. Mike si ritrova all'improvviso nel bel mezzo di una operazione della CIA che ha come obbiettivo la sua eliminazione, a qualsiasi costo.

C'è qualcosa che non quadra in American Ultra, una indecisione di fondo su cosa deve essere. Il film all'inizio si presenta come una spy-comedy con qualche momento di romanticismo, questo è quello che avrebbe dovuto essere ma nel giro di mezz'ora il film perde completamente la via. Non sa se essere commedia o un thriller, perciò resta nel mezzo prendendosi troppo sul serio e perdendo completamente di vista l'intento iniziale. Colpa di una sceneggiatura confusa, firmata da Max Landis, che va veramente troppo veloce negli eventi, non ti dà il tempo di capire e conoscere i personaggi principali e getta nel mezzo senza un minimo di approfondimento i personaggi secondari.
Quello che però manca davvero al film - e che essendo spy-comedy avrebbe dovuto avere - è l'umorismo, un umorismo in stile RED o quello più grottesco alla Slevin, che avrebbe dato la giusta leggerezza e divertimento alla storia, e avrebbe potuto giustificare un finale da film action che diventa quasi splatter senza motivo.

Jesse Eisenberg e Kristen Stewart, che hanno già lavorato insieme in Adventurland e nel prossimo film di Woody Allen Cafè Society, hanno una buona chimica, sono molto credibili nei loro ruoli, ma i loro personaggi vengono risucchiati nella confusione della sceneggiatura.

Non è un film che annoia, l'idea di base di American Ultra non era nemmeno male, poteva venirne fuori un film divertente, "cazzeggione", e invece una sceneggiatura confusa e sbagliata, che vuole essere tutto senza essere niente, lo ha trasformato in un film abbastanza dimenticabile, Lo guardi, passi un'ora e mezza a "cervello leggero", e poi basta.

domenica 12 giugno 2016

Eddie the Eagle - la recensione

Cinema e sport, un connubio che ritorna spesso e che ci ha raccontato storie straordinarie, quella di Eddie Edwards, soprannominato "Eddie the Eagle", è una di queste.

Eddie Edwards (Egerton) è un ragazzino con dei problemi alle ginocchia, un padre che non lo incoraggia mai e lo vuole spingere a fare il muratore, ma Eddie ha un sogno: andare alle Olimpiadi. La folgorazione arriva quando Eddie si trova davanti una pista da sci d'allenamento, in quel momento decide di entrare a far parte della squadra di sci per andare alle Olimpiadi Invernali del 1988. Ci riesce ma la federazione olimpica britannica non lo ammette nella squadra, perché Eddie è un po' goffo e mandare la squadra alle Olimpiadi costa, quindi non vogliono pesi. Eddie non si arrende, dallo sci devia su una disciplina parallela, il salto con gli sci, dove la Gran Bretagna non schiera un atleta dagli anni '20. Di sua iniziativa parte per la Germania per imparare e allenarsi con i più forti. L'impatto non è affatto semplice, nemmeno con la neve visto che Eddie si schianta a terra diverse volte. Lì incontra un ex atleta (Jackman) che a causa del suo comportamento indisciplinato non ha sfondato e che ormai è un fallito alcolizzato. I due uniranno le forze e Eddie, grazie al suo coraggio e alla sua incredibile forza di volontà riuscirà a qualificarsi e a partecipare alle Olimpiadi di Calgary '88. Eddie non ha vinto, anzi, ma è comunque diventato un mito per la gente.

Il salto con gli sci, pur essendo uno sport molto bello, non è fra i più seguiti, e non è nemmeno molto cinematografico, ma la storia di Eddie Edwards è stata talmente straordinaria che meritava di essere raccontata, è una di quelle storie assurde e apparentemente impossibili che solo lo sport sa regalare. Il regista, e attore, Dexter Fletcher per questo film ha optato per una resa molto classica, un biopic convenzionale, in cui ha scelto la strada del divertimento, della leggerezza. Scelta che forse lo rende meno "epico" e più romanzato, ma che alla fine coinvolge molto lo spettatore, che si ritrova a tifare per il protagonista. La vera forza del film sta proprio nel personaggio di Eddie, impossibile non volergli bene, un ragazzo positivo, coraggioso, che non si perde mai d'animo, che prende tante botte - fisiche e morali - ma non si abbatte mai, ogni livido, ogni risata di scherno, ogni presa in giro, è solo una spinta a saltare da più in alto.

Ottime le prove dei due protagonisti. Hugh Jackman è un perfetto ex atleta disilluso che riesce a ritrovare entusiasmo, mentre Taron Egerton riesce ad essere il volto dell'ottimismo e del coraggio, e risulta credibile nonostante il look e l'impostazione fisica che deve tenere per tutto il film. Da segnalare un'ottima colonna sonora, molto anni '80.

Un film che non brilla per originalità ma che racconta una storia bella, positiva, e d'incoraggiamento. Non è un film che vuole ispirare la gente, ma ci vuole solo far conoscere la storia di una persona che non si è mai arresa, che ha raggiunto il suo obbiettivo, e anche se alla fine è arrivato piuttosto lontano dalla vittoria, ha incarnato bene lo spirito delle Olimpiadi, dove l'importante non è vincere ma farne parte, non è importante il trionfo ma la lotta. Uno spirito che spesso manca nello sport a cui siamo abituati oggi.

venerdì 3 giugno 2016

The Nice Guys - la recensione

March (Ryan Gosling) è un detective privato dedito all'alcol, con una figlia tredicenne a carico, che sta indagando sulla morte poco chiara di una pornostar. Healy (Russell Crowe) è invece una sorta di mercenario, assoldato da una ragazza per spaventare dei misteriosi uomini che la stanno seguendo.
Due casi apparentemente senza connessione che convergono, facendo incontrare e coalizzare i due protagonisti, fino a sfociare nell'intrigo politico, il tutto condito da ironia tagliente, situazioni assurde e musica pop.

Uno dei pregi maggiori del nuovo film di Shane Black (Arma Letale, Iron Man 3, Kiss Kiss Bang Bang) è l'incredibile ritmo che accompagna le quasi due ore di film, ritmo che rimane costante senza mai un passo falso, aiutato dalla straordinaria chimica dimostrata dalla strana coppia Crowe/Gosling, veramente affiatata, divertente e sinceramente bella da vedere. Anche il cast di supporto fa il suo, in particolare un meraviglioso Matt Bomer e la giovanissima Angourie Rice, spregiudicata figlia del personaggio di Gosling, coprotagonista vera e propria.
La sceneggiatura è pressoché perfetta, con dialoghi brillanti e incalzanti, una trama che si dipana con chiarezza senza però essere mai prevedibile, costruendo un caso originale e prendendosi davvero poco sul serio.

Non c'è molto altro da dire, se non che ci si diverte tantissimo, si ride di gusto e ci si emoziona anche nei momenti più inaspettati, ed alla fine il primo pensiero, a luci accese, è: "a quando un secondo capitolo?"

martedì 31 maggio 2016

Alice Attraverso lo Specchio - la recensione

La storia ci ha insegnato che di fronte a progetti come Alice in Wonderland o Alice Attraverso lo Specchio (e molti altri) l'approccio giusto da usare è quello del non aspettarsi - e non pretendere - un prodotto più o meno fedele all'opera da cui è tratto. È stato così con il primo capitolo diretto da Tim Burton e lo stesso vale anche per il sequel appena uscito nelle sale diretto da James Bobin (I Muppet).

Alice Attraverso lo Specchio è un prodotto interamente originale basato su personaggi provenienti da due celebri opere letterarie. Fatto che uno spettatore informato dovrebbe sapere. Detto questo, passiamo ad esaminare il film con la premessa appena fatta.

Alice Kingsleigh, dopo aver intrapreso un viaggio ai confini del mondo, come visto alla fine del primo film, torna in patria sicura di sé e con un bagaglio culturale più ampio. Il suo ritorno, tuttavia, implicherà dei cambiamenti, imposizioni a cui la giovane non è disposta a piegarsi. Nello stesso momento una via "attraverso lo specchio" la riporterà nel suo amato Sottomondo per compiere una missione ben precisa: salvare il Cappellaio. Un'inevitabile corsa contro il Tempo farà da cornice ad una nuova evoluzione della giovane eroina impavida e spericolata.

Non brilla Alice Attraverso lo Specchio, come non brillava (non in senso stretto) Alice in Wonderland. Se nel primo capitolo si riuscivano però ad apprezzare alcune “licenze creative e poetiche” originali, e di base intriganti, in questo (forzatissimo) sequel si assiste alla distruzione di un mondo cinematografico già azzoppato in partenza. Il colpo di grazia, per così dire. La storia risulta poco interessante e sviluppata in maniera sbrigativa (per non dire infantile), e man mano che va avanti nulla riesce a toglierci dalla mente una cosa: È tutta una perdita di Tempo. Bizzarro perché il perno del lungometraggio è proprio il Tempo, un personaggio in carne ed “ingranaggi” con le fattezze di un Sacha Baron Cohen baffuto e vagamente intrigante, almeno nella prima parte, ma che inevitabilmente dispensa frasi fatte e dialoghi prevedibili. Prevedibili come le sorti dell'intera storia, animata da viaggi nel tempo e scenari passati che coinvolgono tutti i personaggi del film e che dovrebbero chiarire (?) la mitologia di Sottomondo e svelare retroscena più o meno rilevanti, o almeno è quello che dovrebbero fare.

Qualcosa non funziona. Il target di riferimento non è certo l'uomo adulto. Un bambino potrebbe apprezzare la semplicità della situazione (nei limiti), ma cosa rimarrebbe nella sua mente? Probabilmente un'accozzaglia di personaggi in CGI tanto irreali quanto piatti (nel primo film parevano almeno avere una coerenza interna vagamente accettabile) che potrebbero rispondere ai nomi di Pincopanco, Pancopinco, la Lepre Marzolina, il Ghiro, Lo Stregatto, il cane Bayard e tutti gli altri. Quelli in carne ed ossa, come il Cappellaio Matto, la Regina Rossa e la Regina Bianca (visibilmente invecchiati anche sotto 5 mm di cerone), spezzano ogni illusione già precaria e instabile con una caratterizzazione regredita rispetto al passato. Come già ribadito, qualcosa non funziona.

È colpa della sceneggiatura? degli effetti? del reparto tecnico? della regia? Probabilmente, come spesso accade, la colpa è dell'industria cinematografica, la quale non prova pietà di fronte all'occasione di guadagno facile. Non è una critica, assolutamente. L'industria cinematografica vive anche di questo, ma tra un mucchio di banconote e l'altro, un po' di cuore, anche solo un pizzico, non farebbe male.

giovedì 26 maggio 2016

Dunkirk: nuove foto dal set del film di Christopher Nolan!

Le riprese di Dunkirk, film sulla Seconda Guerra Mondiale diretto da Christopher Nolan, sono iniziate da qualche giorno, e il regista fa le cose in grande.

Nuove foto dal set mostrano un imponente schieramento di quasi 5.000 comparse vestite da soldati, tutti schierati sulla spiaggia, oltre ad alcuni cannoni per la contraerea, mentre a largo si muovono navi da guerra e in cielo aerei da combattimento.

Il film racconterà la drammatica Battaglia di Dunkerque, nel nord della Francia, e la miracolosa evacuazione di circa 400mila soldati dalla spiaggia.

Nel cast Mark Rylance, Kenneth Branagh, Cillian Murphy, James D’Arcy, e Tom Hardy, oltre i giovani e (semi) esordienti Fionn Whitehead, Jack Lowden, Aneurin Barnard, e Harry Styles (uno dei cantanti degli One Direction).

Uscita fissata al 21 luglio 2017.

Ecco le foto.















lunedì 23 maggio 2016

Cannes2016 - a Ken Loach la Palma d'oro! ecco tutti i vincitori

Il Festival di Cannes 2016 si è concluso, sono stati annunciati tutti i vincitori, e come al solito è rimasta una scia di scontenti e di polemiche.

La giuria, presieduta da George Miller, ha parlato, la Palma d'Oro 2016 è stata assegnata a Ken Loach per il suo I, Daniel Blake, film che già alla proiezione stampa aveva raccolto larghi applausi e consensi.
Tutti felici quindi? ovviamente no. Nonostante il film di Loach sia stato uno dei più apprezzato di tutto il festival, si è levato comunque un certo malcontento da parte di una fetta della critica che ha "accusato" la giuria di aver premiato "il vecchio", "l'usato sicuro", senza azzardare. Pareri che lasciano il tempo che trovano, mettere tutti d'accordo è praticamente impossibile, e bisogna sempre ricordare che i vincitori vengono scelti da una giuria formata da nove persone, e non dalla stampa.

Comunque la stampa non può dirsi troppo delusa visto che il film più sostenuto dalla critica, cioè The Salesman di Asghar Farhadi, si è portato a casa due premi, migliore attore e il Prix du scénario. Il Gran Premio della Giuria è andato, un po' a sorpresa, a un commosso Xavier Dolan per il suo Just la fin du Monde, film che non aveva entusiasmato particolarmente la stampa. Stesso discorso, anzi piccola rivincita per Olivier Assayas e il suo Personal Shopper, molto fischiato dopo la proiezione per la critica ma premiato con il Prix de la mise en scène (premio per la regia), a pari merito con Cristian Mungiu per Bacalaureat.

Felicissimo Ken Loach per la sua seconda Palma d'Oro, la prima l'aveva vinta esattamente 10 anni fa per Il Vento che Accarezza l'Erba. "Diamo un messaggio di speranza", ha detto il regista dal palco, "un altro mondo è possibile e necessario".
Imprevisto durante la cerimonia, con la regista Houda Benyamina, vincitrice della Camera d'Or con Divines, che ha tenuto un vero e proprio monologo femminista, almeno dieci minuti di discorso - a tratti anche molto colorito, sicuramente spontaneo e sentito - che ha "tenuto in ostaggio" la cerimonia, con il presentatore Laurent Lafitte che solo alla fine è riuscito ad interromperla.

Scelte condivise all'unanimità dalla Giuria? "Quasi sì", come ha dichiarato la giurata italiana Valeria Golino. "Ci sono state lunghe discussioni, ma nessuna decisione è stata presa coi musi", ha detto l'attrice, "Una giuria fa tanti errori, me ne sono resa conto quando sono stata giurata alla Mostra di Venezia. Più avanti rivedi certi film e ti chiedi: ma come abbiamo fatto a non premiarlo?!". Insomma, il ruolo del giurato non è semplice.

Ecco tutti i vincitori.

Palme d'or
I, Daniel Blake di Ken Loach

Grand Prix du Jury
Juste la fin du monde di Xavier Dolan

Prix de la mise en scène
Cristian Mungiu per Bacalaureat
Olivier Assayas per Personal Shopper

Prix du scénario
Asghar Farhadi per The Salesman

Prix d'interprétation féminine
Jaclyn Jose per Ma' Rosa di Brillante Mendoza

Prix d'interprétation masculine
Shahab Hosseini per The Salesman di Asghar Farhadi

Prix du Jury
American Honey di Andrea Arnold

Palma d'Oro d'onore
Jean-Pierre Léaud

Caméra D'Or
Divines di Houda Benyamina

CORTOMETRAGGI

Palme d'or du court métrage
Timecode di Juanjo Gimenez

Mention spéciale - court métrage
The Girl Who Danced with the Devil di Joao Paulo Miranda Maria