lunedì 20 novembre 2017

Ogni Tuo Respiro - la recensione

Robin Cavendish (Andrew Garfield) è un giovane pieno di vita, che ama viaggiare e fare sport, per colpa della poliomelite si ritrova, a soli ventotto anni, paralizzato dal collo in giù e attaccato a un respiratore artificiale. Solo grazie all'incredibile forza d'animo di sua moglie Diana (Claire Foy), Robin riesce ad uscire dalla profonda depressione in cui la diagnosi lo ha gettato e ad andare avanti con la sua vita, diventando un vero e proprio attivista in favore delle persone con gravi disabilità.


Andy Serkis, acclamato per i suoi ruoli in motion capture, sceglie proprio la storia di un uomo totalmente immobile per il suo esordio dietro la macchina da presa, dimostrando di non essere solo un grande attore, ma di saperci fare anche come regista.
Serkis dirige in modo molto classico e pulito, valorizzando gli ampi paesaggi e allo stesso tempo utilizzando i primi piani quando si tratta di dare enfasi alle emozioni dei suoi personaggi, in particolare i due protagonisti, Andrew Garfield e Claire Foy, qui intensi e con un'ottima chimica. Va fatta però una menzione alla performance doppia di un sempre fantastico Tom Hollander, nel ruolo dei gemelli fratelli di Diana.

E' inevitabile un paragone con La teoria del tutto, se non altro per la similitudine fra le due storie, ma ben presto il tono di Ogni tuo respiro si discosta piuttosto nettamente dal film che è valso l'oscar a Eddie Redmayne. Serkis racconta una storia che è sì commovente e di grande coraggio, ma lo fa con una leggerezza e un'ironia di fondo molto inglesi, senza patetismo, senza ricercare la lacrima a tutti i costi, anzi, cercando spesso il sorriso, esprimendo fino all'ultimo una grande gioia di vivere,con toni decisamente più leggeri di quelli visti negli altri film che trattano argomenti simili, sfociando addirittura in una dimensione in un certo qual modo fiabesca.

Non è un film perfetto, certamente, e soffre delle ingenuità di un'opera prima, ma di sicuro è un film che colpisce e rimane nel cuore dello spettatore. Bravo, Andy!

venerdì 17 novembre 2017

La Signora dello Zoo di Varsavia - la recensione

La Seconda Guerra Mondiale è stata teatro di eventi drammatici che hanno segnato in modo indelebile la Storia, ma anche di esempi di grande coraggio, storie che il Cinema continua giustamente a riproporre e raccontare, come quella, meno nota, accaduta in uno zoo in Polonia.

Varsavia, 1939, i coniugi Zabinski gestiscono con grande passione lo zoo della città, che ospita animali di vario tipo, anche esotici. Quando la città viene bombardata e occupata dai nazisti, lo zoo viene distrutto e sequestrato dai soldati tedeschi per farne un deposito di armi. I coniugi riescono ad ottenere dal capo zoologo del Reich il permesso per rimanere aperti con la scusa di un allevamento di maiali per fornire cibo alle truppe tedesche, mentre in realtà si adopereranno per far uscire gli ebrei dal ghetto, nasconderli nelle gabbie sotterranee, e aiutarli a fuggire da Varsavia. Alla fine della guerra i coniugi Zabinski riusciranno a salvare centinaia di ebrei, ottenendo un meritato riconoscimento nel giardino dei Giusti dello Yad Vashem di Gerusalemme.

Basato sul romanzo "Gli ebrei dello zoo di Varsavia" di Diane Ackerman, il film parte da un contesto diverso e originale rispetto ad altri film sul tema, quello dello zoo. Un "micro-cosmo" perfetto e pacifico che fa da contrasto alla brutalità della guerra, e su questo punto la regista Niki Caro insiste molto, forse anche troppo, finendo per dimenticare il resto.
Il problema principale del film è che il valore e l'importanza di una storia straordinaria come quella dei coniugi Zabinski non viene valorizzata abbastanza dalla resa cinematografica, troppo "edulcorata" e superficiale, con dei dialoghi piatti, zero tensione, sia emotiva che storica, e uno svolgimento che inizia a correre troppo proprio quando avrebbe dovuto scavare in profondità, con più durezza e realismo, nel dramma e nella disumanità dei nazisti.

A causa di questa superficialità, il film "spreca" la sempre brava Jessica Chastain, e questo è un vero peccato. Grazie alla sua grande sensibilità, e nonostante dei dialoghi non sempre all'altezza, l'attrice rende vivo e pulsante il personaggio di Antonina Zabinska, e regala al film i suoi momenti migliori, e di conseguenza quando lei non c'è il film soffre. Nonostante sia la protagonista infatti, c'è troppa poca Jessica Chastain in questo film.

La Signora dello Zoo di Varsavia è un film che parte con delle buone intenzioni ma poi pecca nella resa, è troppo timido nel raccontare la crudeltà e il dramma di quel periodo, ma è un film utile per conoscere una storia incredibile che era giusto raccontare. Sicuramente una visione la merita, magari dal divano di casa.

giovedì 16 novembre 2017

The Place - la recensione

Un uomo (Valerio Mastandea) si siede ogni giorno allo stesso tavolino in un bar, il The Place, dove si incontra con persone che vogliono qualcosa. In cambio dell'esaudimento dei loro desideri, l'uomo gli chiede di fare una scelta.


Dopo lo straordinario Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese torna a mettere insieme un film corale, con moltissimi personaggi e con un unico setting in cui si svolge l'intera vicenda.
Il plot del suo nuovo film è davvero originale e interessante: si parla di libero arbitrio, di scelte, di bene e male, il tutto con un alone di mistero che non viene mai davvero spiegato, lasciando alla sensibilità dello spettatore di trarre le proprie conclusioni, immaginando se l'uomo misterioso sia solo un uomo, o il diavolo, o qualcos'altro. Da questo punto di vista The Place è un film estremamente affascinante, probabilmente il film italiano più intrigante degli ultimi anni, sicuramente qualcosa che assai raramente si vede sui nostri lidi dove quasi nessuno ha il coraggio di osare e uscire dagli schemi dei soliti drammi o commedie generazionali italiane. Genovese invece osa, ambienta l'intera pellicola in un unico luogo, non allontanandosi mai da quel tavolino in quel bar, lo spettatore non vede mai gli eventi, ma ne ascolta i racconti dettagliati, le sensazioni a posteriori, seguendo invece la giornata ripetitiva e forse noiosa dell'uomo misterioso, la cui unica distrazione sono i piccoli momenti di confidenza con la cameriera interpretata da Sabrina Ferilli.

La regia è molto statica e pecca eccessivamente in dissolvenze troppo nette, avrebbe sicuramente giovato un maggior dinamismo nella ripresa proprio per dare movimento a un'ambientazione così claustrofobica. 
Il cast è stellare e quasi sempre all'altezza, ma dove il film si affossa è proprio, paradossalmente, dove avrebbe dovuto brillare di più, ovvero nella sceneggiatura. In un film come questo, così tanto parlato, basato proprio sullo scambio fra due personaggi e sul botta e risposta, è davvero imperdonabile una sciatteria simile nei dialoghi, che sono banali, piatti, spesso oltre il limite della frase fatta da cioccolatino. L'intera pellicola risulta quindi noiosa e spesso fastidiosa, man mano che si va avanti, quando si dovrebbe tirare i fili delle coincidenze e dell'intreccio, ecco che la sceneggiatura diventa didascalica, proclamando più e più volte i concetti chiave del libero arbitrio e dell'anima umana, lì dove invece il principio dello show, don't tell sarebbe stato invece fondamentale. 
Si ha la sensazione orribile dell'occasione mancata, del potenziale capolavoro sprecato per mancanza di impegno, perché di film interamente basati sulla sceneggiatura e sui dialoghi ce ne sono molti e spesso sono splendidi, ma non si possono scrivere così, con questi dialoghi, e dispiace perché dalla penna di Perfetti Sconosciuti, uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, era lecito aspettarsi molto di più. 

martedì 31 ottobre 2017

[RomaFF12] I, Tonya - la recensione

Tonya Hardin non è particolarmente bella e aggraziata, soffre di asma ed è ciò che gli americani chiamano una redneck, una burina per dirlo all'italiana. Eppure Tonya Hardin è stata una delle più grandi pattinatrici al mondo, la prima americana a completare un triplo axel in una competizione ufficiale, campionessa d'America, quarta alle Olimpiadi, medaglia d'argento ai mondiali. E nel 1994 suo marito pagò uno sbandato per aggredire la sua rivale Nancy Kerrigan a cui ruppe un ginocchio. Le costò la radiazione a vita.


I, Tonya si schiera abbastanza apertamente dalla parte della sua protagonista, il suo desiderio di essere amata, dopo una vita di abusi, è motore e traino per ogni sua azione. Una storia di riscatto quella della Hardin, riscatto da una vita dura e ingiusta che fa del pattinaggio, sport elitario e spesso ingiusto, la metafora dell'America di periferia.
Nonostante i temi trattati siano spesso molto duri, in particolare è crudo e realistico il ritratto degli abusi familiari subiti, il film è una vera e propria dark comedy, con un umorismo graffiante,aiutato dalla rottura della quarta parete che è lo stile del finto documentario.
Ma è il cast la vera forza di questo biopic: se Sebastian Stan è inedito nel ruolo del marito violento e Allison Janney è una perfetta incarnazione della rigida madre, a stupire più di tutti è proprio Margot Robbie, intensa e meravigliosa nel suo essersi calata anima e corpo nei panni della mascolina Tonya. Ci sono pochi dubbi che la sua interpretazione sarà protagonista nella prossima stagione dei premi e, sinceramente, è difficile non fare il tifo per lei.

Tragico e comico allo stesso tempo, I, Tonya è un film che ha nelle sue imperfezioni un punto di forza, ritratto di un'America capricciosa che velocemente ama e altrettanto velocemente odia i suoi beniamini.

Halloween - Il risveglio dell'Horror al cinema

Quel è il modo migliore per dare una scossa alla notte di Halloween? Ovviamente un bel film horror!

Negli ultimi anni si è assistito a un fenomeno molto interessante nel Cinema, una vera e propria rinascita del genere horror. Grazie a piccoli prodotti indipendenti e a giovani registi con le idee molto chiare, l'horror negli ultimi 5-6 anni sta vivendo una seconda (o terza, o quarta) giovinezza.

Ecco cinque titoli di cinque registi diversi che, ognuno a loro modo, con storie originali, tratte da libri o dalla realtà, o con remake molto rischiosi, hanno portato una ventata nuova nel genere.



The Conjuring - L'Evocazione (2013)

Diretto da James Wan, il film ha portato sul grande schermo dei personaggi reali, cioè i coniugi Warren, due "demonologi" che negli anni hanno indagato su diversi fatti oscuri e inspiegabili, e che in passato hanno ispirato anche altri film, come la saga di Amtyville.
The Conjuring - L'Evocazione rientra perfettamente nel genere "casa infestata", crea una bella tensione per tutta la durate del film, regala momenti da brivido e quelle situazioni in cui (fisicamente) si salta dalla sedia.
Merito della riuscita del film è da attribuire anche al cast, ottimi i due protagonisti Patrick Wilson e Vera Farmiga (i Warren).
The Conjuring - L'Evocazione ha segnato gli ultimi anni anche perché ha dato il via a un serie di film,  c'è stato un sequel, The Conjuring - Il Caso Enfield, e un due spin-off, Annabelle e Annabelle 2, dedicati alla bambola demoniaca (che la signora Warren conserva nel suo museo dell'occulto). Inoltre sono stati annunciati già altri due spin-off dedicati a due personaggi apparsi (nel vero senso della parola) nel sequel, cioè la suora malefica e Crooked Man.


The Witch (2015)

Acclamato horror diretto da Robert Eggers, The Witch ha conquistato il pubblico del Sundance Film Festival 2015, vincendo il premio per la regia. Un piccolo film, costato solo 3 milioni di dollari, ha finito per incassarne più di 40, meritandoli tutti e diventando una vera perla del genere.
The Witch è un film cupo e disturbante, che ricorda la più nera delle favole ma che, dietro al male, alla stregoneria, al satanismo, nasconde l'orrore più spaventoso all'interno delle mura familiari.
Tecnicamente il film è davvero lodevole, molto diverso dai soliti horror di oggi, e girato tutto con luce naturale. Ottima la protagonista Anya Taylor-Joy.

Qui la nostra recensione.


La Casa (2013)

Fare il remake di un classico non è sempre una buona idea, è un rischio, soprattutto se il classico in questione è La Casa di Sam Raimi, un film che ha segnato un'epoca. A prendersi questo rischio è stato Fede Alvarez, che però poteva contare su un grande aiuto: Sam Raimi.
Il storia ripropone la classica situazione del gruppo di ragazzi in una casa isolata in cui anni prima si era consumato un rito per liberare una ragazza posseduta da un demone. Proprio perché la storia è praticamente la stessa dell'originale (e simili a tanti altri film che sono venuti dopo La Casa di Raimi), Alvarez decide di puntare tutto sulle immagini dure, su scene molto violente, sanguinolente, masochistiche e spaventose, senza inserire nessun tipo di alleggerimento umoristico.

Qui la nostra recensione.


Get Out (2017)

Uno dei casi dell'anno. Get Out di Jordan Peele ha avuto un incredibile successo, costato meno di 5 milioni, il film ha incassato la bellezza di 252 milioni di dollari nel mondo.
Get Out è un thriller/horror, che parte dalla più classica delle situazioni di vita: un ragazzo che deve incontrare i genitori della sua ragazza. Il ragazzo in questione è un afroamericano e la sua ragazza, e la sua famiglia, sono tutti bianchi, ma della trama è meglio non rivelare nulla.
Get Out è un film atipico del genere, è un ottimo mix di tensione, angoscia e commedia... dopotutto il regista Jordan Peele è un comico.

Qui la nostra recensione.


It (2017)

Tratto dal capolavoro horror del maestro della letteratura dell'orrore (e non solo) Stephen King, il 2017 ha visto il ritorno, stavolta al cinema, del clown più spaventoso della storia, Pennywise. Non era per niente facile per Andy Muschietti (La Madre) riuscire a portare sul grande schermo un libro che non è solo horror ma è molto di più, va molto più in profondità, e con grande intelligenza Muschietti ha saputo realizzare una trasposizione moderna ma che somiglia molto più ai classici horror piuttosto che ai sanguinolenti film dell'orrore di oggi. La trama, la storia, i personaggi, non solo It ma soprattutto i ragazzi protagonisti, fanno la differenza.
Il clown Pennywise è uno dei personaggi più celebri dell'horror, è la personificazione del Male, è un incubo ricorrente, è un personaggio che inquieta e perseguita, che nel film regala ottimi momenti di horror. E' un bene che sia tornato al cinema in questa forma smagliante.

Qui la nostra recensione.

domenica 29 ottobre 2017

[RomaFF12] Last Flag Flying - la recensione

Tre vecchi compagni d'armi, insieme in Vietnam, ormai vecchi e pieni di traumi e sensi di colpa non sempre risolti, accompagnano uno di loro che deve seppellire suo figlio, morto in Iraq.

Da una storia tutto sommato semplice, trasposizione del romanzo omonimo di Darryl Ponicsan è sequel del film The Last Detail del 1973 (anch'esso tratto dal romanzo di Ponicsan), Richard Linklater dimostra ancora una volta che prima di essere un ottimo regista è un grandissimo sceneggiatore.
In Last Flag Flying riesce a trasformare il viaggio fisico dei tre protagonisti in un viaggio interiore, con naturalezza e senza facili moralismi, sfruttando un impianto quasi teatrale nei dialoghi e nelle situazioni e sfruttando la bravura del trio Carell-Cranston-Fishburne, davvero in stato di grazia.

La riflessione su un'America ancora profondamente scossa dall'11 settembre e incapace di ritrovare se stessa se non immergendosi nuovamente in una guerra che, come il Vietnam anni prima, sembra incapace di vincere davvero e che porta solo a nuove insicurezze. L'ossessione per la verità e per il suo significato permea l'intera pellicola, in particolare il personaggio interpretato da Bryan Cranston ne rappresenta l'espressione diretta, ma anche la verità deve scontrarsi con ciò che è giusto, con la fede e con il dolore per la perdita di un figlio.
Si ride molto, nonostante non sia affatto un film allegro, ed è sempre una risata positiva, speranzosa e nonostante tutto mai amara, così come si piange e ci si commuove per una storia che colpisce il cuore per come riesce a essere vera e semplice nella sua verità.
Due ore che scivolano via senza mai pesare, tre uomini che si ritrovano, si riconoscono e alla fine imparano qualcosa in più su se stessi, così come fa lo spettatore che alla fine ha l'impressione di essersi guardato dentro.
Linklater non sbaglia mai, Last Flag Flying è un film stupendo.

venerdì 27 ottobre 2017

Thor: Ragnarok - la recensione

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Ragnarok. Nella mitologia norrena questa parola così grave sta ad indicare la fine di tutto. L'arrivo di un male incontrastabile pronto a spazzare via la grandezza di Asgard.
Ci si aspetterebbe un film quindi grave, cupo, imponente ed epico... Quasi.
La Marvel, per rilanciare il franchise del norreno Dio del Tuono ha scelto Taika Waititi, eccentrico regista australiano, noto al grande pubblico per What We Do In The Shadows, esilarante mockumentary su un gruppo di vampiri che vive al giorno d'oggi.
La scelta è netta, quindi, ma il risultato avrà dato ragione agli Studios? La risposta è un netto Sì.

Waititi incarta un prodotto brillante, atipico e fresco. E' evidente che l'ago della bilancia penda verso il modello space opera regalatoci da Guardiani della Galassia. Fare un confronto risulterebbe complicato, l'importante è sapere come approcciarsi al film.
Thor: Ragnarok è una pellicola che scontenta i brontoloni, abbandonando la serietà di Captain America: Civil War, a favore di due ore e dieci minuti piene, pienissime di battute, gag e spirito fumettistico che trasuda.

I protagonisti si divertono un mondo nell'interpretare i loro personaggi e si vede. Chris Hemsworth e Tom Hiddleston, al secolo Thor e Loki, sono entrati alla perfezione nelle loro dinamiche di amore-odio, fratello-fratellastro, e quando sono posti davanti a siparietti anche troppo infantili, la loro "serietà" nel ruolo aiuta alla grande a produrre un bell'effetto comico.
L'unica nota stonata, forse, riguarda Cate Blanchett e non è di natura qualitativa. L'attrice premio Oscar per Blue Jasmine conferma la sua poliedricità, interpretando alla perfezione Hela, la cattivona di turno, pronta a radere al suolo Asgard dalle fondamenta. Peccato che, a causa della mancanza di tempo, nonostante le durata notevole, non riusciamo mai ad assaporare a pieno il gusto di questo personaggio, che riservava un gran bel potenziale. Alcuni diranno che Hulk parlava in maniera troppo infantile, invece, col taglio voluto per questa storia, un mostro verde e scemo è tutto ciò che serviva.

Risultati immagini per thor ragnarok wallpaperA livello tecnico il film esprime i suoi pregi migliori, con una fotografia vivacissima, che ben si lega alla colonna sonora che, complice la presenza di qualche attore ben identificato *cough* Jeff Goldblum *cough* ci riporta alla fine del 20esimo Secolo.
Il tutto è uno spettacolo per gli occhi, coloratissimo, "fumettosissimo".
Volendo trovare un problema, il difetto più grande, che poi è ancora la forza di questo film, è la costante presenza di battute, che smorzano, a volte l'epicità di alcuni momenti. Tutto sommato, però, Thor: Ragnarok colpisce in pieno quello che un film dovrebbe fare: intrattenere, e lo fa con la I maiuscola.

[RomaFF12] Hostiles - la recensione


Ad aprire la Festa del Cinema di Roma, giunta alla sua dodicesima edizione, è un western, all'apparenza estremamente classico nella contrapposizione fra soldati e pellerossa, ma allo stesso tempo incredibilmente moderno.
 Il Capitano Joe Blocker (Christian Bale) deve scortare il temuto Capo Cheyenne Falco Giallo, ormai anziano e morente, e la sua famiglia dal Nuovo Messico fino alle loro terre natie nel Montana. Durante il viaggio Joe e i suoi uomini si imbattono in una donna (Rosamund Pike) che ha visto sterminare la sua famiglia da un gruppo di Comanches.
Una trama semplice e lineare, un viaggio che ben presto diventa il viaggio nel cuore e nell'anima dei protagonisti.
Scott Cooper scrive e dirige un racconto che è lo specchio dei nostri tempi e lo fa paradossalmente calandosi in un contesto storico ben preciso, quello subito riconoscibile della Frontiera Americana e dello scontro di civiltà che vide contrapporsi gli invasori Americani e i Nativi, uno scontro violento da ambo le parti, in cui anche la resistenza al feroce colonialismo rappresentata da Falco Giallo assume una connotazione tutt'altro che innocente.

Nel percorso del protagonista, interpretato da un grandissimo Christian Bale, c'è un augurio utopistico di comprensione e fratellanza, ed è significativo che a mediare e favorire l'amicizia fra i due fronti vi sia una donna che ha perso tutto ma che continua ad avere una fede incrollabile, portatrice di speranza anche nei momenti più bui.
Una regia elegante e la fotografia che mette in risalto i paesaggi maestosi e selvaggi dell'America incontaminata fanno il resto e riescono a far passare in secondo piano anche alcuni cali di ritmo nella parte centrale che altrimenti sarebbero risultati ben più fastidiosi.
Il finale, poi, è magnifico e rivela l'intera essenza del film, commuovendo profondamente lo spettatore e regalando forse l'immagine più bella dell'intera pellicola.
Un'apertura da cui non si poteva chiedere di meglio.

lunedì 23 ottobre 2017

It - la recensione

A 27 anni dalla miniserie tv cult, torna, stavolta sul grande schermo, il capolavoro horror di Stephen King It.

Derry, 1988. Il piccolo Georgie esce a giocare sotto la pioggia quando la sua barchetta di carta finisce in uno scolo della fogna. Georgie si affaccia per vedere se può recuperarla ma nella fogna compare uno strano clown di nome Pennywise che ha la sua barchetta. Georgie si intrattiene a parlare con lui e poi... sparisce, sull'asfalto, nell'acqua, resta solo una striscia di sangue.
Passa un anno, 1989, a Derry non è scomparso solo Georgie ma tanti altri ragazzi. Nessuno sa perché i bambini spariscono e, peggio ancora, nessuno sembra interessarsene più di tanto. Solo Billy, convinto che Georgie possa ancora essere vivo, e i suoi amici ci pensano, si preoccupano, e a modo loro indagano. Billy, Richie, Eddie e Stanley, a cui si aggiungeranno Beverly, l'unica ragazza, Ben e Mike, sono il "club dei Perdenti", ragazzini vessati dai bulli che uniscono le forze. Tutti, uno per volta, cominceranno a vedere "It", entrando in contatto con il Male Assoluto che vive sotto la loro città.

Tra tutti i libri di Stephen King, It è senza ombra di dubbio uno dei più belli e affascinanti che abbia mai scritto. E' considerato il suo capolavoro ed è un'opera enorme, più di 1200 pagine in cui oltre alla storia principale lo scrittore racconta le vicende e le varie storie dei protagonisti, la città (Derry, la stessa di altri libri di King), e ci sono diverse digressioni, un'opera che non è solo un horror ma anche un vero e proprio libro di formazione.
Un libro difficilissimo da adattare, anzi si può dire che è praticamente impossibile riportare tutto in uno (o due) film, per questo motivo bisogna fare grandi complimenti al regista Andy Muschietti (La Madre) e agli sceneggiatori per il modo in cui sono riusciti ad adattarlo. Hanno avuto il coraggio di tagliare molte parti (senza aver paura dei "puristi"), cambiare alcuni aspetti della storia (es. lo spostamento temporale dagli anni '50 agli anni '80) e anche ad inventare da zero alcune scene, riuscendo però a non intaccare in nessun modo lo spirito del libro, lo spirito di King.

La parte più spaventosa della storia è ben fatta, il film regala ottimi momenti horror e la figura del clown Pennywise viene avvertita come una inquietante e pericolosa presenza malvagia che per tutto il film incombe sui giovani protagonisti. Altrettanto ben fatta è l'altra parte della storia, quella che vede al centro il "Club dei Perdenti", la loro amicizia, i loro problemi, tra famiglie assenti o dannose,i  bulli (cattivi quasi quanto Pennywise) e l'innocenza dell'età (esemplare la scena in cui Bev si unisce al gruppo suscitando grande imbarazzo nei maschi). Rispetto al libro la caratterizzazione dei personaggi è più superficiale, per mancanza di tempo, ma anche in questo caso lo spirito del libro di King non viene mai tradito.

Tecnicamente il film è ineccepibile, con una regia capace supportata da una bella fotografia e delle scenografie molto accurate e coinvolgenti. Buono anche l'uso degli effetti speciali, mai invasivi.
Ottimo il cast, e anche qui bisogna fare i complimenti a chi ha scelto gli attori. Bill Skarsgård è un ottimo Pennywise, è decisamente inquietante e da incubo, più che con le parole riesce a provocare brividi grazie a una grande presenza scenica. Perfetti i ragazzini protagonisti: Jaeden Lieberher, Wyatt Oleff, Jeremy Ray, Jack Dylan Grazer, Chosen Jacobs, Finn Wolfhard (Mike in Stranger Things) e Sophia Lillis (che spicca più di tutti, anche perché è l'unica ragazza). Se il "Club dei Perdenti" entra nel cuore dello spettatore è soprattutto grazie a questo gruppetto di giovani attori.

It è un horror ma non solo, è un film capace di abbracciare un pubblico più ampio dei soli fan delle pellicole d'orrore. Intrattiene, diverte, fa saltare sulla sedia ed emoziona. Farà venir voglia di leggere (o rileggere) il libro. Ora aspettiamo solo il secondo capitolo.

venerdì 20 ottobre 2017

Mindhunter (stagione 1) - la recensione


E' finalmente arrivata su Netflix la prima stagione di Mindhunter, una selle serie più attese di questo autunno sia per i temi trattati (la nascita di quella sezione dell'FBI che si occupa di scienze comportamentali e profilazione dei serial killer), che soprattutto per i nomi coinvolti nel progetto.
Infatti a dirigere ben quattro dei dieci episodi, i due iniziali e i due finali, che compongono questa prima stagione è nientemeno che David Fincher, regista che non ha bisogno di presentazioni e che si è già occupato di serial killer in Seven e nel bellissimo Zodiac del 2007.
Il pilot, pur nel suo essere probabilmente l'episodio più debole fra i dieci per presa narrativa e ritmo, mette subito in luce il talento del regista americano, capace di creare tensione in scene in cui, sostanzialmente, non c'è altro che dialogo. Proprio come succedeva in The Social Network, infatti, la prima stagione di Mindhunter non è altro che un lungo susseguirsi di dialoghi, che sia fra l'agente Holden Ford (Jonathan Groff, già protagonista di Looking) e il suo collega Bill Tench (Holt McCallany), o fra i due agenti e un efferato serial killer, si rimane incollati allo schermo, incapaci di distogliere lo sguardo, totalmente rapiti da una tensione che non scende mai e che anzi non fa che aumentare per tutti gli episodi, fino a esplodere nel finale.

La scrittura serrata e la regia magistrale sono aiutate da una scelta di casting azzeccatissima: ai già citati Groff e McCallany vanno aggiunti Anna Torv, che torna in una grande produzione televisiva dopo Fringe, e soprattutto Cameron Britton che veste gli enormi e inquietanti panni del killer Ed Kemper, alto più di due metri e dal sorriso mellifluo è protagonista indiscusso dei momenti migliori che la serie ha da offrire.

Se si cerca un poliziesco canonico, sicuramente Mindhunter non è la serie adatta: è facile seguirne le diverse ispirazioni, dai romanzi di Harris su Hannibal, alla serie omonima di Fuller, ai momenti di scontro verbale fra Clarice Starling e Hannibal Lecter in Il Silenzio degli Innocenti, e naturalmente nei lavori di David Fincher. Manca totalmente l'azione in senso stretto, manca quasi del tutto il caso da risolvere, perché l'azione è data dall'introspezione psicologica dei personaggi, da ciò che li muove e dalle domande che si pongono sul mondo e su loro stessi, mentre il caso da risolvere non è altro che l'analisi più profonda della psiche, la risoluzione alla domanda del perché un uomo arriva a commettere delitti così efferati, quale sia lo schema che lo muove.

Ben lontana quindi da essere una serie statica e noiosa, Mindhunter è un vero e proprio vortice di tensione che cattura con l'efficacia dei dialoghi, la bravura del cast e la dinamicità della regia, trascinando lo spettatore in un bingewatching cui è difficile resistere. In attesa della già confermata seconda stagione.